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Testimonianze
| 1 |
Testato e analizzato, schedato e catalogato |
Daniele Walder |
| 2 |
L'istituzione che insegna ed obbliga ad
uccidere |
Stefano Giamboni |
| 3 |
La violenza genera altra violenza |
Francesco Wyss |
| 4 |
I motivi del mio rifiuto del servizio
militare |
S.B. |
| 5 |
Manca l'informazione sul SC |
M.O. |
| 1. |
La mia esperienza
di ammissione al SC:
TESTATO E ANALIZZATO, SCHEDATO E CATALOGATO |
|
L'idea e la volontà di prestare il SC come valida alternativa
al SM sono nate in me pressapoco un anno fa.
Nel 1990 ho fatto la SR, incorporato nella polizia stradale. Successivamente
ho partecipato a due corsi di ripetizione, mentre ne ho rimandati
altri 5 per motivi di studio. Quando prestavo SM non mi ponevo troppe
domande ("lasciavo il cervello a casa"), e affrontavo
il tutto come un obbligo che tutti i cittadini svizzeri sono costretti
a fare. Pensavo inoltre che non esisteva una alternativa migliore
se non quella di sottoporsi ad un giudizio militare con la conseguente
pena detentiva e il pagamento di una tassa militare. All'epoca inoltre
non mi ero ancora fatto un'idea di quali erano i principi che governano
il mondo e non prendevo posizione: forse ero troppo occupato con
gli studi e sicuramente ero ancora troppo immaturo.
L'evento personale che mi ha fatto riflettere e che mi ha messo
in discussione è stato il divorzio da mia moglie avvenuto
l'anno scorso. Ho cominciato a mettere ordine nella mia vita e a
definire dei validi principi su cui impostare il mio cammino verso
una pace interiore. Mi resi conto che per poter seguire una determinata
filosofia di vita è fondamentale non avere alcun conflitto
con la propria coscienza, e che per combattere tale conflitto è
necessario agire coerente-mente con il proprio pensiero e con le
proprie emozioni. Penso che ogni essere umano che voglia maturare
e che voglia raggiungere un proprio equilibrio deve basare le proprie
azioni sul proprio pensiero; è comunque necessario fare dei
compromessi, anche se questi non devono creare alcun conflitto di
coscienza.
Poco a poco ho maturato un pensiero basato sulla nonviolenza, intesa
nel senso più ampio del termine: dal rifiuto alle guerre
come risoluzione ai problemi, al rifiuto dell'arroganza quotidiana
sul lavoro e nei rapporti interpersonali. Questo pensiero andava
però contro le mie azioni: non è possibile esprimere
e manifestare qualsiasi pensiero non violento facendo parte in modo
attivo di un esercito. Quindi il primo passo per un mio processo
evolutivo doveva essere quello di uscire da tale sistema per potermi
incamminare in modo coerente verso la pace con me stesso.
Superato questo primo scoglio sarebbe quindi possibile mirare a
degli obiettivi che riguardano il campo professionale e sociale.
Questi sono stati i punti principali della mia motivazione scritta.
Dopo due mesi mi è arrivato l'invito all'audizione personale.
Sono stato accompagnato da mio fratello, che ha preso appunti per
tutto il colloquio.
La commissione era composta da un presidente, Sig.ra Ambrosetti,
assistente sociale, da due commissari, Sig. Peduzzi, medico, Sig.ra
Eberli, casalinga, e da un segretario che prendeva appunti con il
computer. Il colloquio è stato inoltre registrato (mi hanno
chiesto il permesso). Ero abbastanza agitato e non sapevo cosa andavo
incontro; i commissari hanno cercato di mettermi a mio agio. L'agitazio-ne
mi è comunque rimasta per tutto il colloquio. Le domande
che mi venivano poste, alle quali ho risposto nel modo più
sincero possibile, erano indirizzate al chiarimento di alcuni concetti
presenti nella mia motivazione scritta e per verifica-re soprattutto
se il mio conflitto di coscien-za non era una cosa passeggera dovuta
al periodo che sto attraversando, bensì un reale conflitto
finalizzato al mio processo evolutivo. Hanno voluto sapere la mia
opinione sul militare e se il SM è veramente inconciliabile
con il mio pensiero.
Gli aspetti più salienti di questa mia esperienza sono stati
prima di tutto l'essere cosciente di fare una richiesta legittima
per un servizio alternativo a quello militare, utile e più
responsabile, basata su un vero e proprio esame di coscienza; mettere
nero su bianco i propri ideali, le proprie problematiche, e poi
doverli difendere davanti a una commissione solo perché credo
che il SM non ha nessuna utilità e va contro la mia filosofia
di vita è per principio una mancanza di libertà di
pensiero individuale. Trovo che sia un sistema vecchio e anacronistico,
finalizzato a individuare eventuali sovversivi, senza rendersi conto
che queste persone sono normali cittadini che desiderano anche loro
partecipare attivamente alla società, ma in maniera differente.
Penalizzare questi individui non è democratico. È
più difficile portare avanti un determinato pensiero finalizzato
a una attività solidale che restare nell'ignoranza o cadere
nella passività. La scelta di effettuare il SC dovrebbe essere
libera e non sottoposta ad una verifica.
Un altro aspetto che mi ha colpito è la disinformazione riguardo
al SC, che mi è apparsa voluta dal sistema. Infatti durante
il colloquio mi è stata chiesta la fonte dell'informazione:
questa domanda non mi sarebbe stata posta se lo Stato facesse della
giusta informazione, ad esempio nelle scuole prima di essere chiamati
alla visita militare. Questa disinformazione è comun-que
tangibile nella popolazione: parlando con amici e conoscenti della
mia richiesta di SC, nessuno ne era al corrente e tutti hanno confuso
il SC con la PC.
Infine l'ultimo aspetto saliente dell'esperienza è stato
il rendersi conto che comunque la commissione che ti analizza non
ha un ruolo determinante nella decisione: il tutto è ancora
in mano ai militari.
Questa mia esperienza mi ha permesso di vivere in prima persona
uno Stato che si definisce democratico ma che ha ben poco di democratico.
Un semplice cittadino come me, desideroso di vivere in questa Svizzera
mantenendo e sviluppando un determinato pensiero di vita, deve essere
testato e analizzato, schedato e catalogato come obiettore, quando
il mio primo pensiero è quello di vivere in armonia con me
stesso e con gli altri, cercando di non incentivare le disuguaglianze
e tollerando qualsiasi forma di vita e di pensiero. Visto da un
militare questo significa essere contro il sistema? Sono forse un
individuo pericoloso che deve essere controllato?
A me sembra più pericoloso un militare che ha in casa un
fucile con tanto di munizioni e che non si chiede il perché
di questa situazione. Quando mai una guerra e la violenza hanno
risolto dei problemi politici o sociali? La violenza è solo
la conseguen-za di un malessere che deriva dall'arrogan-za del più
forte. La Pace si può quindi ottenere solo risolvendo la
causa di tutti i mali: la guerra è solo una cura sintomatica
di una malattia cronica che sta colpendo tutta l'umanità!
Spero che questo mio breve resoconto e le mie considerazioni riguardo
all'esperienza appena vissuta possano essere di utilità per
qualsiasi persona che voglia fare domanda di ammissione al SC. Penso
che per aumentare le probabilità di riuscita nell'intento
è necessario avere una buona idea di base e difenderla con
sincerità (per non cadere nelle contraddizioni) ed inoltre
seguire scrupolosamente l'iter richiesto (modalità e tempi).
Daniele Walder
(da Obiezione! no. 34, settembre 1999)
| 2. |
La mia obiezione
di coscienza e il resoconto dell'esame di ammissione al SC L'ISTITUZIONE
CHE INSEGNA ED OBBLIGA AD UCCIDERE |
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Ecco brevemente ciò che mi ha spinto ad inoltrare una domanda
di ammissione al SC e il resoconto dell'esame di coscienza che mi
ha permesso di essere accettato.
La mia motivazione
Evoluzione della mia presa di coscienza a partire dall'infanzia
fino ad ora. Le mie caratteristiche erano: tranquillo, riservato,
timido e pacifico (non cercavo mai di impormi). La tradizione cristiana
mi ha trasmesso messaggi di pace, di amore e di solidarietà.
Questi valori sono stati molto importanti per la mia crescita morale.
Un'attività che mi ha aiutato molto a crescere ed a formarmi
un carattere è stata la competizione sportiva. I risultati
erano importanti, però era molto più importante il
contatto con altre persone e il poter fare nuove esperienze. Non
ho mai avuto vere rivalità, le quali mi davano fastidio quando
le vedevo in altri. Attualmente alleno i bambini dello sci club
e cerco di far capire loro che lo sport é prima di tutto
un divertimento e solo in seguito diventa competizione, rispettando
sempre l'avversario e senza mai arrivare a nessuna, anche se pur
minima, forma di "odio".
La prima svolta nel mio modo di pensare è avvenuta al liceo.
Lì ho aperto i miei orizzonti ed ho cominciato ad ascoltare
la mia coscienza. Queste mie riflessioni erano più che altro
di tipo sociale-politico. Le iniquità del mondo e la sete
di potere e di ricchezza di pochi portano ad una risoluzione sbagliata
dei problemi: la guerra! Le priorità in quel periodo erano
la solidarietà ed il rispetto di ogni uomo e delle sue idee,
cioè tolleranza e fratellanza. Allora mi sono convinto che
il mondo sta andando verso un vero e proprio miscuglio di razze
e religioni, il che è positivo se ben gestito dai politici
e dai popoli del mondo. Dunque la sola strada per permettere ciò
è quella della pace! La mia ripulsione verso l'esercito era
di tipo idealistico, sociale-politico e non ancora etica, quindi
non mi portava ad avere un vero conflitto di coscienza. Dopo il
liceo ho svolto la scuola reclute. La mia più grande preoccupazione
era di non avere troppo a che fare con le armi. A quei tempi la
mia coscienza non si era ancora manifestata a tal punto da impedirmi
di svolgere il servizio militare, anche se avevo già una
certa ripulsione a sparare. Durante la scuola reclute ho imparato
che lo scopo principale dell'esercito é di fare la guerra,
di sparare ad altre persone con lo scopo di ucciderle. Non capisco
come possa un'istituzione che insegna questo far diventare "veri"
uomini, i quali dovranno reggere il mondo nella pace e nella tolleranza.
Secondo me i veri uomini sono quelli che costruiscono, non quelli
che distruggono; quelli che risolvono i conflitti in modo pacifico
e nonviolento, con le parole e con i fatti e non con le armi e la
guerra. Dunque ho vissuto la scuola reclute in modo apatico, cercando
di evitare il più possibile di utilizzare il fucile.
La seconda svolta nella mia coscienza si é verificata in
parte durante la scuola reclute, ma soprattutto negli anni seguenti
passati come studente a Zurigo. Lì mi sono reso veramente
conto di cosa fosse la mia coscienza e di cosa mi imponeva. I punti
fondamentali sono: il rispetto per qualsiasi essere umano e per
le sue idee, il rispetto per la vita e quindi il divieto assoluto
di troncarla a qualsiasi essere umano, la solidarietà, la
necessità di trovare un modo pacifico e nonviolento per risolvere
qualsiasi tipo di conflitto, al fine di permettere la convivenza
pacifica di tutti sulla Terra Questi valori fondamentali, dei quali
la mia coscienza mi impone il rispetto, sono nati da riflessioni
interiori. Queste ultime sono state stimolate da eventi nel mondo
(guerre, genocidi, repressioni armate) da discussioni con compagni
e amici, da letture di libri e visioni di film o documentari. Il
punto principale è che la mia coscienza non mi permette di
usare qualsiasi tipo di violenza (fisica o psicologica) contro un
altro essere umano e tanto meno di arrivare addirittura ad ucciderlo.
Il solo pensiero o la visione di atti di violenza generano in me
un grande senso di vuoto e di tristezza. Quindi non riesco a concepire
l'esercito, per il quale violenza è l'unico mezzo per risolvere
i conflitti. Inoltre il soldato abbandona le sue responsabilità
nelle mani dei superiori, perde le sue facoltà di decisione.
La guerra è un mezzo inaccettabile per risolvere i conflitti,
perché l'odio e la violenza che ne derivano scatenano altro
odio e altra violenza. È dunque necessario educare le generazioni
future ad una risoluzione dei conflitti tramite i negoziati e la
discussione costruttiva.
A questo punto della mia vita la coscienza non mi permette più
di far parte di un'istituzione che insegna la guerra, che insegna
ad odiare, e che soprattutto insegna ed obbliga i soldati ad uccidere.
L'audizione personale
L'ambiente direi che era buono, hanno fatto veramente di tutto (soprattutto
il segretario) per mettermi a mio agio. Quindi dopo pochi minuti
nella sala dell'audizione tutto il nervosismo iniziale era passato.
Poi cominciano le domande e questa tranquillità iniziale
può aiutare molto. Bisogna sicuramente essere molto in chiaro
con le proprie idee e soprattutto essere sinceri. Oltre al segretario
c'era una donna, la quale mi sembrava molto comprensiva e aperta,
infatti alla fine si diceva delusa che non ci fosse maggior informazione
sul servizio civile. Poi un uomo che non ha quasi mai aperto bocca
ed infine l'uomo che poneva la maggior parte delle domande, il quale
mi sembrava molto esigente e insisteva abbastanza su alcuni argomenti
(per me non così importanti), come per esempio sul fatto
che io da studente abbia fatto molte vacanze senza mettere in pratica
i miei ideali di pace. Questo argomento mi ha messo un po' in difficoltà,
però non ho perso la calma ed ho risposto nel modo più
sincero possibile ammettendo di non aver sfruttato fino ad ora il
mio tempo libero per promuovere i miei valori. Comunque a quanto
sembra questo tema non deve essere stato fondamentale per prendere
la decisione (positiva) riguardo alla mia ammissione al servizio
civile. Le domande che mi venivano poste riprendevano le argomentazioni
della mia motivazione scritta e servivano ad approfondire dei temi
di quest'ultima inoltre si prendeva spunto da quello che dicevo
rispondendo alla domanda precedente. Allora si è parlato
dei principi su cui si basa la mia nonviolenza e della loro incompatibilità
con l'esercito, e delle mie proposte alternative per risolvere i
conflitti. In seguito l'argomento è stato il prima e il dopo
la mia presa di coscienza ed i motivi che mi hanno portato a cambiare,
il fatto che io abbia comunque svolto la scuola reclute e il modo
in cui l'ho vissuta. Poi mi hanno chiesto se c'era un influsso esterno
nei miei pensieri e come reagivano i miei compagni che fanno il
militare. Si è poi parlato del tiro obbligatorio e questo
era per me un punto delicato, comunque non mi sono lasciato prendere
dal panico ed ho spiegato che il conflitto di coscienza non è
nato subito dopo la scuola reclute, però in seguito mi sentivo
male pensando di dover sparare per imparare ad uccidere.
Un altro punto a cui avevo accennato nella motivazione era la deresponsabilizza-zione
del soldato, dunque non è il rapporto con i superiori che
mi mette in crisi ma quest'ultima, che porta il soldato ad uccidere
su un ordine. Un tema che stava a cuore al tipo che faceva le domande
era l'aggressività nelle competizioni sportive, visto che
io ero stato un competitore di sci alpino. La mia risposta è
stata che l'aggressività non bisogna sfogarla sugli avversari,
bisogna comunque essere amici. Alla fine si è parlato di
stranieri in Svizzera prendendo lo spunto da una mia risposta sui
miei ideali di tolleranza e fratellanza. A conclusione del colloquio
ho potuto esporre una frase che riassumesse il mio pensiero ed a
quel punto ho messo in evidenza il non uccidere, la risoluzione
dei problemi senza armi e la necessità di abolire l'odio
a tutti i livelli. In fin dei conti l'ora di interrogatorio è
volata, e nonostante la loro insistenza su temi irrilevanti, i quali
potrebbero creare delle contraddizioni, bisogna sempre rispondere
in modo deciso e sincero.
Stefano Giamboni
(da Obiezione! no. 32, marzo 1999)
| 3. |
La mia esperienza
di ammissione al SC:
LA VIOLENZA GENERA ALTRA VIOLENZA |
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Ho finalmente ricevuto la lettera che mi ha annunciato l'ammissione
al SC! Vorrei innanzitutto ringraziare Luca per gli utili consigli
e per il coraggio che il trimestrale Obiezione!mi ha fino ad oggi
trasmesso. È quest'ultima una pubblicazione essenziale per
chi intraprende la strada del SC poichè permette d'informarsi
perfettamente e di non incappare così in banali errori, che
potrebbero compromettere tutta la procedura d'ammissione. Vorrei
perciò approfittarne anch'io per dare un mio contributo a
chi legge il trimestrale ed a chi cerca un aiuto nell'affrontare
l'esame.
Le motivazioni della mia scelta
Il principio più importante, il diritto di ogni uomo, è
di vivere. Vita intesa come valore fondamentale da rispettare, non
solo la propria, bensì anche quella degli altri, di ogni
essere vivente. La mia ideologia non concilia con quella dell'esercito,
poiché questo valore così decisivo del mio pensiero
non viene rispettato nel SM. Altri concetti importanti, come il
rispetto, l'onestà e la giustizia, mi sono stati insegnati
in famiglia già da bambino. Valori che forse una volta mi
era imposto di seguire senza troppa libertà di azione, mentre
oggi fanno parte di me e li sento effettivamente nella mia coscienza.
Mi hanno insegnato ad amare il prossimo e sé stessi e a non
maltrattare nessuno, nemmeno un animale od un insetto. Immaginavo
che facendo del male a qualcuno o qualcosa avrei sbagliato, causando
delle brutte conseguenze. Sono sempre più convinto che se
questo succedesse (se facessi uso di violenza), prima o poi questo
male si riverserebbe su di me. Cerco di non trasgredire mai questa
"mia" legge di vita, perché sono sicuro che altrimenti
verrei in un modo o nell'altro punito e ne risentirei di persona.
Nella scuola, nello sport e nel movimento scout ho imparato le fondamenta
di un altro importante valore, quello della tolleranza reciproca.
Il fatto di accettare le opinioni ed i comportamenti degli altri,
non significava dovere condividerne le idee. Accettandosi a vicenda
per quello che si é, si possono evitare molte situazioni
di tensione e di conflitto. È un valore essenziale per la
convivenza pacifica dei popoli sulla Terra. Purtroppo é proprio
l'intolleranza uno dei principi sul quale si basa buona parte delle
guerre, uno dei motivi principali che porta l'uomo ad esercitare
della violenza su altri uomini.
Decisivo nella mia formazione é stato anche il rapporto con
la natura. Sono stato abituato a convivere in un sistema costituito
non solo dagli uomini, ma in un collettivo composto da molti altri
elementi. L'uomo insomma è solo una parte di un ordine costituito,
in cui ogni pedina ha il suo posto e la sua funzione.
Altri valori ancora (come l'amicizia, la fiducia, la correttezza),
fanno parte del mio pensiero, della mia coscienza, della mia morale.
Solo rispettandoli riesco ad agire conformemente al mio modo di
pensare e ad essere in pace con me stesso. Nel mio pensiero concetti
come guerra e violenza non esistono. Il mio forte senso del dovere,
la mia volontà di non trasgredire le leggi della nostra società
e fors'anche una buona dose d'immaturità non mi avevano fino
ad ora permesso di oppormi con maggior decisione all'obbligo del
SM e di sopportare perciò che si creassero in me inutili
conflitti di coscienza. Oggi il valore che ha per me la vita m'impedisce
di far parte di un servizio, come quello dell'esercito, basato sulla
violenza e nel quale le armi diventano più importanti dell'uomo.
Mi sento abbastanza forte da non dovere più obbedire a degli
ordini, come quello di uccidere, solo perché sono un soldato.
Trovo ingiusto imporre ad una persona di sparare per difendere la
sua patria od un confine immaginario. Ognuno deve credere a quello
che la sua coscienza gli dice e non agli ideali degli altri!
Continuamente scoppiano guerre e conflitti in ogni parte del mondo.
La sete di potere dell'uomo non ha limiti e non si ferma davanti
a nulla, nemmeno se si tratta di sopprimere delle vite umane. Io
non credo negli interessi dell'uomo che vanno oltre il valore delle
persone, nell'utilizzo della violenza per conseguire i propri scopi,
nella distruzione dell'umanità. La storia mi ha inoltre insegnato
che non é con la violenza che si risolvono le guerre. Anzi,
dall'uso della violenza, soprattutto a lungo termine, viene generata
altra violenza. Come in una spirale vorticosa, in cui violenza,
odio ed ingiustizie trovan forza e si moltiplicano. La soluzione
ai conflitti va cercata con metodi non violenti, come il dialogo
costruttivo, il negoziato, la convivenza pacifica, l'aiuto reciproco,
la comprensione e la pazienza, compiti che il SM non mi ha insegnato,
perché fondato su altri mezzi d'intervenzione.
Vorrei poter compiere il mio dovere di cittadino senza trasgredire
la legge e riuscire allo stesso tempo a conseguire i miei ideali
di nonviolenza ed aiuto al prossimo, sempre in accordo con la mia
coscienza. In un SC questo sarebbe possibile. Sento infatti la necessità
di dimostrare la mia utilità in campo umanitario, di contribuire
in modo attivo alla pace e di influenzare con il mio buon esempio
anche altre persone.
Il resoconto dell'audizione
Innanzitutto sono stato sorpreso dalla rapidità con la quale
sono stato convocato! Mi avevano riferito di tempi d'attesa di quattro-sei
mesi, mentre nel mio caso la convocazione per l'audizione è
arrivata già dopo sei settimane. Oltre al signor Wohlgemuth,
a farmi domande c'erano una casalinga, un'operatrice sociale ed
un obiettore di coscienza (!). L'atmosfera, da subito "amichevole",
mi ha permesso di trovarmi a mio agio. Mi è stato anche offerto
qualcosa da bere e mi è stato chiesto se era possibile registrare
la conversazione su nastro (al che io ho accettato).
Ho avuto da subito l'impressione che l'audizione seguisse uno schema
già "collaudato", cioè che le domande che
mi venivano poste fossero piuttosto standardizzate. Il che significa,
che per il colloquio il richiedente si può preparare molto
bene "allenando" le risposte a casa propria, seguendo
le domande pubblicate su "Obiezione!" e sul manuale del
servizio civile "Rendersi utili".
Naturalmente la Commissione si è soffermata anche sui punti
poco chiari, ambigui od oscuri delle mie motivazioni scritte e del
mio curriculum. È perciò importante non contraddirsi
mai, bensì fare dei chiarimenti su quanto viene chiesto.
Mi è stato dato il tempo necessario di riflettere prima di
rispondere ed il tono della conversazione mi è sempre parso
molto cordiale.
Insomma, con una buona preparazione al colloquio e senza incappare
in contraddizioni con le motivazioni scritte, l'incontro con la
Commissione non diventa un ostacolo insormontabile.
Le domande che mi sono state poste durante l'audizione sono pubblicate
in un altro articolo.
In un'ora di audizione le domande non sono poi state molte, poiché
si è trattato più di una discussione che di una serie
di domande e risposte. Ho avuto da subito l'impressione che fosse
andato tutto per il verso giusto, ma anche nei giorni successivi
all'audizione mi è rimasta la fastidiosa consapevolezza che
il giudizio della Commissione non fosse quello che mi avrebbe permesso
di far parte del SC. Credo che questo fatto sia al momento la maggior
lacuna di tutta la procedura.
Ora non mi rimane che scegliere un'occupazione con la quale svolgere
il SC. Da subito mi è stata presentata la possibilità
di aiutare a gestire la situazione dei rifugiati kossovari. Non
ho ancora deciso, ma sono fino ad ora convinto di avere intrapreso
la strada giusta.
Francesco Wyss
(da Obiezione! no. 34, settembre 1999)
| 4. |
L'importanza
di poter riflettere il più a lungo possibile
sulle proprie scelte
I MOTIVI DEL MIO RIFIUTO DEL SERVIZIO MILITARE |
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Da qualche anno, anche perché confrontato con l'obbligo di
prestare servizio militare, mi sono chinato sul problema della violenza,
indagando "dentro " di me per riuscire a capire quello
che è giusto e quello che non lo è. In questo percorso
di maturazione le esperienze personali come pure le influenze esterne,
sono state molto importanti.
Gli insegnamenti della nonviolenza
Per influenze esterne mi riferisco in primo luogo alla famiglia,
infatti essa (soprattutto nei primi anni di vita, ma non solo) ha
contribuito in modo marcante alla mia educazione e nel trasmettermi
quei valori che mi porto appresso.
Come secondo aspetto metterei la Chiesa e i suoi valori.
Ebbene entrambi gli insegnamenti vanno nella stessa direzione, la
nonviolenza.
Leggendo libri sulla nonviolenza, sulla vita di Gandhi (un grande
esempio di nonviolenza), partecipando ad incontri e conferenze e
leggendo quotidianamente sui giornali di guerre e atti di violenza,
sono giunto alla conclusione che la violenza non fa altro che creare
altra violenza e odio verso gli altri, non risolvendo comunque i
problemi.
La storia, inoltre, ha dimostrato che le armi non hanno mai portato
a nulla di buono perché dopo vari massacri è sempre
stato necessario sedersi a un tavolo e discutere.
Perché continuiamo ad uccidere?
Ora io mi chiedo perché continuiamo ad ucciderci, a creare
guerre quando conosciamo le conseguenze e la loro inutilità?
Com'è possibile che non si cerchi di risolvere subito i conflitti
con il dialogo?
Una risposta mi è venuta guardando al nostro paese che oltretutto
è ritenuto uno dei più democratici al mondo.
Ogni giovane deve nel corso della sua vita (solitamente attorno
ai 20 anni e quindi quando la propria coscienza non è ancora
ben delineata e quindi fortemente manipolabile) dedicare diversi
mesi alla Patria. Questo mi può anche sembrare giusto se
non fosse per il fatto che in questo periodo i giovani vengono addestrati
ad uccidere; infatti l'esercito lo ritengo nient'altro che una scuola
di guerra, anche se negli ultimi anni si è cercato di dargli
anche altri compiti per poter ancora giustificare la propria utilità.
È quindi logico che, con un'istruzione simile, poi al primo
diverbio le persone si comportano in maniera violenta.
Bisognerebbe iniziare invece ad "insegnare" la pace, il
rispetto reciproco, a trasmettere altri valori per me molto più
importanti che non la violenza e magari così tante guerre
inutili si potrebbero evitare o risolvere diversamente.
Il rispetto della vita
Già il fatto di imparare a sparare mi spaventa, ma la cosa
che più mi fa riflettere è che una volta all'interno
di una simile istituzione, dietro un ordine, io dovrei anche mettere
in pratica quanto imparato e cioè dovrei uccidere; solo questo
pensiero mi fa star male.
Mi sorgono inoltre altre domande: Chi mi autorizza ad uccidere un'altra
persona che ha il mio stesso diritto di vivere? Io chi sono per
poter decidere della vita di qualcun altro?
Se nelle domande precedenti era stata l'esperienza quotidiana a
farmi trovare una possibile risposta e a farmi rifiutare il servizio
militare, in questo caso un aiuto me lo da anche la religione cristiana
con la quale sin da piccolo sono stato educato.
Essa attraverso i comandamenti e i molti insegnamenti di vita, mi
ha insegnato a non uccidere e a rispettare gli altri. Avendo un
particolare rispetto per la vita non posso quindi collaborare con
una istituzione che ha come unico scopo quello di imparare ad eliminarla.
La deresponsabilizzazione nell'esercito
Io credo fermamente nella democrazia quale forma di gestione della
società nella quale le libertà di espressione e di
pensiero sono una caratteristica importante.
Dopo secoli di lunghe lotte sociali per l'ottenimento di questi
diritti dovrei fare un passo indietro verso un sistema che reprime
ogni iniziativa personale. Dove, grazie a un sistema gerarchico
molto rigido, ogni elemento non ha nessuna altra possibilità
che ubbidire ed eseguire gli ordini superiori senza utilizzare il
proprio cervello. Ogni singolo viene così deresponsabilizzato,
e anche in questo caso la storia insegna che questo può portare
ad atteggiamenti molto gravi come i genocidi di massa.
Se ho un cervello perché non utilizzarlo? Come potrei far
parte di una simile istituzione dove l'arricchimento portato dallo
scambio di idee viene annullato?
Le soluzioni sono due: o ascoltare la mia coscienza e rifiutare
di parteciparvi o snaturarmi andando contro i miei stessi principi.
Le spese militari
Un altro aspetto per me importante sono i soldi spesi per l'esercito.
Ogni anno in Svizzera si spendono milioni in armi e munizioni.
Grazie ai viaggi compiuti all'estero e ai racconti di gente che
conosce bene le realtà estere (in primis i miei genitori)
mi sono reso conto dell'enorme povertà che ci circonda e
mi sembra quindi ingiusto sperperare questi enormi capitali, che
potrebbero essere investiti per diminuire la povertà nel
mondo, in favore della pace e dell'ecologia.
In conclusione, per tutti i motivi elencati, non posso partecipare
alla vita militare senza scontrarmi con la mia coscienza e quindi
per essere coerente con le mie idee mi rifiuto di partecipare a
questo tipo di istituzione basata sulla violenza.
S.B.
(da "Obiezione!" No. 38, Agosto 2000)
| 5. |
Esperienza di
ammissione al SC:
dall'inutile scuola recluta all'importante servizio sociale
MANCA L'INFORMAZIONE SUL SC |
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Oggi ho assistito alla partenza dei giovani verso la scuola reclute
militare. Ho pensato alla fortuna che ho avuto di essere stato accettato
quale obiettore di coscienza.
In questo momento svolgo il mio periodo d'impiego presso un istituto
a fine sociale.
La consulenza del GTSC
Io sono entrato a conoscenza dell'esistenza del SC in Ticino per
caso. A dire il vero ritengo che si faccia poco per rendere conosciuta
questa nuova opportunità.
Ero dal parrucchiere e durante l'attesa ho letto il mensile COOPERAZIONE
N°28 del 14.07.1999 edito dalla COOP. In questa pubblicazione
si presentava l'esperienza di alcuni obiettori e c'erano degli indirizzi
utili, tra i quali il GTSC (Gruppo ticinese per il SC) di Bellinzona.
Sapevo che c'era questa nuova possibilità ma non avevo mai
trovato le giuste persone a cui rivolgermi.
Da sempre mi sono sentito a disagio nell'esercito ma non avevo avuto
nessun appoggio per concretizzare questa scelta di vita quale obiettore.
La lettura della rivista Coop ha innescato la decisione ed ho chiamato
il GTSC. Mi hanno consigliato come procedere e mi hanno fornito
consulenza gratuita (difficile da ottenere ai giorni nostri).
L'esame di fronte alla Commissione
In ottobre 1999 ho presentato la mia domanda per essere ammesso
presso il SC ed in febbraio dell'anno successivo sono stato convocato
per l'audizione personale di fronte alla commissione d'ammissione.
Mi ha accompagnato Luca Buzzi del GTSC, che ringrazio per il gradito
sostegno e per la disponibilità.
All'inizio ero molto nervoso. Mi aspettavo di essere confrontato
con dei militaristi beceri e ottusi (come ai tribunali militari)
ma almeno per me non è stato così.
I primi 5-10 minuti sono i più importanti. Si devono avere
le idee chiare sui propri obiettivi. Importante non contraddirsi.
Però ci deve essere una riflessione precedente. Non si può
arrivare alla commissione per un colpo di testa momentaneo.
Si deve essere sicuri delle proprie convinzioni. L'impressione è
che cerchino d'aiutarti a sviluppare il tuo discorso. Tuttavia ho
avuto l'impressione che siano sempre d'accordo con te ma ti lasciano
un retrogusto di diffidenza. Sono in tre contro uno. Si alternano
a farti delle domande.
Consiglio che se una domanda non risulta chiara, meglio chiedere
una riformulazione invece di rispondere a casaccio.
Le principali domande che mi hanno posto sono riprodotte nel riquadro.
Inoltre devo aggiungere che la commissione si è dimostrata
neutrale: nonostante che io non sia uno svizzero D.O.C., non ho
subito discriminazioni.
La giornata informativa
Circa tre settimane dopo ho ricevuto una lettera nella quale alla
fine si leggeva che venivo accettato presso il servizio civile.
In marzo venivo convocato presso l'organo d'esecuzione del SC per
il Ticino e Grigioni italofono a Vezia per la giornata informativa
nella quale ci furono spiegati i nostri diritti e doveri di fronte
alla legge (quale soldato nessuno me ne aveva mai parlato).
Nel pomeriggio sono stati presentati alcuni istituti riconosciuti
di impiego (Ospedale Regionale di Lugano, Costruzione muri a secco,
Istituto Canisio, Contadini di montagna, Pro Infirmis) ed alcuni
obiettori ci hanno spiegato in cosa consiste il loro impiego. Dopo
di che ci hanno invitati a prendere un appuntamento alfine di stabilire
il periodo e l'istituto d'impiego.
La carente informazione ai militi
Nessuno prima nell'esercito si era degnato di informarmi. Il manuale
"Rendersi utili" ottenibile presso il GTSC di Bellinzona
informa sui diritti e doveri quale obiettore e indirettamente quale
soldato in quanto le due mansioni sono equiparate ma con coefficiente
= 1,5.
Questa disinformazione dell'esercito aiuta a capire quale sia l'effettiva
considerazione che hanno le forze armate del singolo cittadino e
della carente informazione che danno ai militi.
L'importanza della scelta del SC
Oggi non mi pento di questa scelta. Anzi, sono del parere che ognuno
una volta nella vita dovrebbe provare questa fantastica esperienza.
Non è mai troppo tardi.
Ci si rende facilmente conto di quanto tempo si è sprecato
durante il servizio militare e si entra in contatto con mondi che
difficilmente si sarebbero frequentati.
Inoltre per quelle persone che non hanno mai partecipato ai servizi
militari ma che sono favorevoli all'esercito, posso dire che se
l'esercito svizzero dovrà un giorno essere chiamato in un
conflitto, per l'inefficienza e la disorganizzazione che vi regnano
e che ho vissuto di persona, purtroppo alla Madre Patria non resteranno
che gli occhi per piangere.
(M.O.)
(da "Obiezione!" No. 38, Agosto 2000)
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