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La posizione di un membro della comissione
di ammissione
Sull'ultimo numero di "Obiezione", Luca Buzzi,
del Gruppo ticinese per il SC, e Alberto Bondolfi, docente di etica
presso l'Università di Zurigo, attaccano duramente il modello
in vigore per l'ammissione al SC, definito un "assurdo e penalizzante"
esame di coscienza" indegno di un paese civile e democratico
all'inizio del 2000!" Denunciano poi altrettanto duramente
lo svolgimento dell'audizione e le domande poste ai candidati, definendole,
"un "fuoco di fila" di domande da lasciare con il
fiato sospeso" e "un esame di etica teorica all'Università".
Il tema è stato riproposto dalla Regione Ticino del 4 ottobre,
dove, a difesa del lavoro della Commissione federale per l'ammissione
al SC sono intervenuti Barbara Simona Dauchy, vice-presidente della
Commissione, e Samuel Werenfels, direttore dell'Ufficio federale
competente.
Quale membro della Commissione vorrei contribuire a questo dibattito,
a titolo del tutto personale, distinguendo tra il modello scelto
4 anni fa dal legislatore e il lavoro svolto dalla Commissione.
Preciso subito che concordo con le critiche espresse da Buzzi e
Bondolfi sul modello e spero che questo dibattito possa contribuire
a modificarlo.
Non condivido invece l'animosità contro i Commissari, ritenuti
succubi dei burocrati federali, opportunisti, pronti ad adattare
le percentuali delle loro ammissioni e presi da uno strano desiderio
di porre ai candidati le domande più assurde, esigendo alti
livelli di elaborazione teorica. Per fortuna sullo stesso numero
di "Obiezione!", un candidato racconta: "L'impressione
è che (i commissari) cerchino d'aiutarti a sviluppare il
tuo discorso".
Secondo la legge sul SC, risultato di decenni di lotte, iniziative
popolari e innumerevoli dibattiti, è ammesso al SC chi può
"rendere credibile che il SM è inconciliabile con la
sua coscienza". I Commissari sono legati a questo mandato e
non si potrebbero permettere di valutare le coscienza altrui se
non prendessero sul serio i loro doveri.
In realtà quello che sembra sfuggire a Buzzi, nonostante
la sua presenza ad alcune audizioni, e a Bondolfi, che probabilmente
conosce solo l'elenco delle domande, è che l'audizione non
è un esame: non c'è la risposta esatta! Ogni risposta
va bene, se aiuta a capire come il candidato si ponga problemi di
coscienza sul SM, sulla vita altrui, sulla violenza e nella sua
vita in generale.
Nel rapporto della Commissione, che sarà pubblicato prossimamente,
si può leggere come dall'1.10.96 al 30 giugno di quest'anno,
su 4876 candidati incontrati dalla Commissione, 4296 (88%) sono
stati ammessi (nel 2000 addirittura il 92%) e come dall'inizio del
1998 solo 36 proposte (di cui 2 per i candidati di lingua italiana)
sono state ribaltate dall'Ufficio in senso negativo (meno dell'1%).
Altri 554 candidati non sono stati ascoltati dalla Commissione perché
la loro candidatura non era completa o perché hanno ritirato
la domanda. È utile anche ricordare che solo il 56% dei candidati
rifiutati ha inoltrato ricorso e che finora i ricorsi sono stati
accettati nella misura del 20% dei casi trattati.
E' chiaro che il colloquio con la Commissione è un momento
impegnativo per i giovani candidati: i Commissari ne sono coscienti
e si sforzano di condurre l'audizione in modo adeguato. La possibilità
di esporre di persona le proprie convinzioni è d'altronde
un diritto espressamente riconosciuto dalla legge ai candidati.
Accettare che il lavoro della Commissione è ragionevolmente
ben fatto non indebolisce la critica al modello scelto. Proprio
l'esperienza di questi 4 anni, in cui si è cercato di applicare
la legge nel modo più favorevole ai candidati, mostra che
rimangono alcuni casi di sincera disponibilità verso il SC
che non possono essere ammessi perché non risulta alcun argomento
di coscienza.
Ha ragione allora Bondolfi quando dice che i candidati andrebbero
ammessi "nella misura in cui il loro impegno per una soluzione
alternativa sia credibile" e ricorda come con un certificato
medico moltissimi giovani evitano il SM: sono quasi 10'000 (il 28,5%),
mentre ammessi al SC sono in media 1200 (il 3,4%). Il SC dura una
volta e mezzo quello militare: tutti i candidati, quale sia il motivo
per cui non vogliono fare il SM, dichiarano di voler prestare il
SC e vogliono "rendersi utili" al paese in un altro modo.
Questo impegno dovrebbe essere sufficiente!
È giunto il momento, in questa fase di ripensamento della
politica di sicurezza, di dedicare qualche riflessione a nuove soluzioni
per il SC; senza però dimenticare che nell'esercito e nella
società altre ingiustizie ben più gravi attendono
il nostro impegno.
Carlo Lepori
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