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La mia esperienza di obiettore
Ho letto con interesse su la Regione l'articolo del 4 ottobre sulle
pratiche per l'ammissione al SC e devo ringraziare l'articolista
per il bel titolo dato. Forse però sarebbe stato interessante
e opportuno sentire anche qualche diretto interessato. Non ha stupito
nessuno sentire la signora Simona Dauchy o il signor Werenfels sostenere
una pratica di cui loro stessi sono in parte responsabili. Mi piacerebbe
però fare tornare entrambi ventenni per potergli porre gli
stessi quesiti. Ci sarebbe sicuramente di che divertirsi! Dopo due
processi militari per obiezione di coscienza e un colloquio per
l'ammissione al SC posso dire che l'unica differenza tra i vecchi
processi e le attuali audizioni risiede nella forma del procedimento,
non sicuramente nel contenuto delle domande poste al "candidato".
Purtroppo si sentono ancora oggi domande assurde del tipo "Se
qualcuno aggredisce o provasse a violentare la sua amica, lei come
reagirebbe?". Sfido anche la signora Simona Dauchy a dimostrare
che una simile domanda sia indispensabile per poter capire se una
persona debba o meno essere ammessa al SC. Il fatto che poi una
commissione sia preposta all'audizione del candidato e che un'altra
decida poi effettivamente su un'eventuale ammissione dimostra palesemente
la poca trasparenza e coerenza del sistema introdotto. Con le riforme
dell'esercito programmate per i prossimi anni e la conseguente drastica
limitazione degli effettivi, mi chiedo a cosa serva limitare così
severamente l'accesso al SC. Il complicato processo di ammissione
infatti non tende solo a escludere parte dei richiedenti, ma ha
pure un forte effetto dissuasivo soprattutto sui più giovani.
Christian Camponovo
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