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La capacità di argomentare eticamente
non è per nulla una garanzia di moralità
AMMISSIONE AL SC: ESIBIZIONISMO DELLA COSCIENZA?
Riprendo contatto con piacere, dopo alcuni anni di "pausa",
con i militanti della causa del servizio civile e dell'obiezione
di coscienza. Non avevo sicuramente cambiato opinione su questi
problemi. Solo le attività professionali mi avevano chiamato
su altri fronti, altrettanto importanti. Inoltre pensavo un pò
ingenuamente che le basi giuridiche che assicuravano nel nostro
Paese il rispetto di una decisione di coscienza nell'ambito dell'"obbligo
di servire" fossero sufficientemente solide per non ripetere
le considerazioni fatte prima della votazione sull'iniziativa del
servizio civile e durante tutto l'iter che ha portato alla regolamentazione
attuale.
I fatti dimostrano che al cambiamento di legge non ha fatto subito
riscontro un parallelo cambiamento di mentalità. Non voglio
con questo giudicare singole decisioni delle commissioni incaricate
di esaminare le domande di esenzione dal servizio militare. Il mio
è un giudizio generale sulle tendenze in atto nel nostro
Paese e l'occasione per precisare lo statuto del servizio civile
in genere.
Chi in Svizzera non vuole prestare servizio militare ha sempre
aperte le due possibilità: impegnarsi per un servizio civile
della durata di almeno una volta e mezzo il servizio militare oppure
cercare di farsi dispensare con un certificato medico. La seconda
via, anche se non del tutto sincera e priva di difficoltà,
si rivela comunque sempre più facile della prima ed è
quindi purtroppo ancora oggi la preferita.
I membri delle commissioni che esaminano le domande di servizio
civile dovrebbero avere sempre presenti queste due vie quando le
giudicano. In genere si tende a voler veder garantita la parità
di trattamento tra i soldati e coloro che prestano il servizio civile.
Certamente questa è un'esigenza legittima. Ma ancora più
pertinente è il paragone che si dovrebbe tener presente tra
i prestatori potenziali di servizio civile ed i vari "malati"
(più o meno immaginari) che ottengono dispense più
o meno fondate nei fatti.
Garantire questa uguaglianza di fronte alla legge mi sembra più
corretto che cercare di entrare nei meandri della coscienza dei
richiedenti per vedere se la loro motivazione è davvero etica
e/o religiosa invece che opportunistica. Questa chirurgia della
coscienza sembrava essere definitivamente sepolta, invece la si
ritrova nelle varie procedure di approvazione.
Così facendo si dimentica che la credibilità sta nell'esame
di ciò che il richiedente intende fare per supplire al servizio
militare. La durata ed il peso in termini di fatica fisica e psichica
rendono il servizio civile credibile rispetto ad ogni discorso teorico
più o meno ben formulato. I richiedenti non devono passare
un esame di etica teorica all'Università per ottenere un
grado accademico ma devono solo mostrare (non "dimostrare")
che il loro impegno nell'ambito del servizio civile è credibile
per il bene comune dell'umanità.
A chi non è ancora convinto ricorderei che anche un esame
oggettivo della capacità di argomentare eticamente da parte
di un richiedente (ci sono tests comprovati che misurano il grado
di capacità argomen- tativa provenienti dalla scuola prestigiosa
di Piaget, Kohlberg, Oser ecc.) non è per nulla una garanzia
di moralità vissuta. Se così fosse, i professori di
etica sarebbero automaticamente le persone moralmente più
sublimi e credibili. Facendo io parte della categoria in questione
vi posso assicurare che così non è.
Questo è uno dei motivi per cui non mi sono impegnato in
"trainings di argomentazione etica" per richiedenti il
servizio civile. Se tali esercizi preventivi possono avere il loro
senso in altri ambiti (pensiamo agli esami di guida o ad altri esami)
in questo caso la cosa diventa ridicola e disonesta al contempo.
Al servizio civile devono poter accedere tutti quelli che non si
sentono in coscienza di prestare servizio militare, nella misura
in cui il loro impegno per una soluzione alternativa sia credibile.
Non ci sono bisogno prove intellettuali o teoriche che dimostrino
di essere in un vero conflitto di coscienza.
La "chirurgia" lasciamola a coloro che vogliono guarire
il nostro corpo. Per la coscienza il bisturi non serve.
Alberto Bondolfi
(da "Obiezione!" no. 38, agosto 2000)
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