| Camere Federali
Finalmente abolito l’esame di coscienza,
anche dal Consiglio degli Stati e senza la possibilità di innalzamento della durata
L’esame di coscienza per i candidati al servizio civile è destinato a scomparire. È quanto ha deciso il 18 settembre il Consiglio degli Stati, accettando il passaggio al regime della prova dell’atto (quando una persona accetta di compiere 390 giorni di servizio civile, al posto dei “soli” 260 di servizio militare costituisce una prova sufficiente dell’esistenza di un conflitto di coscienza).
Gli Stati ritengono che la procedura attuale (domanda d’ammissione, esame di coscienza e servizio civile della durata di 1,5 volte superiore a quello militare) funzioni bene. Tuttavia, questa prassi comporta un lavoro eccessivo rispetto ai risultati ottenuti: il 95% delle domande d’ammissione viene infatti accolto.
Da qui l’idea di abolire l’esame di coscienza, risparmiando tra l’altro 4 milioni di franchi.
Per il relatore della commissione Hans Altherr (PLR/AR), il fatto per un giovane di accettare di prestare un servizio una volta e mezzo superiore a quello di un soldato semplice costituisce una prova sufficiente dell’esistenza di un conflitto di coscienza.
La proposta di abbassare questo limite a 1,2 volte, difesa in aula da una minoranza della commissione, è stata respinta dal plenum per 24 voti a 11. A nome della minoranza della commissione, Claude Hêche (PS/JU) ha sostenuto che il servizio civile, contrariamente a quanto possa sembrare, è sovente più logorante del servizio militare: i giovani vengono impiegati in istituti di cure, devono accudire anziani o disabili, oppure aiutano i contadini di montagna.
A detta del «senatore» socialista, in 10 anni di esistenza il servizio civile ha dimostrato di essere efficace e di essere apprezzato dalla popolazione. «Non vi è quindi più la necessità di mantenere una disparità troppo marcata col servizio militare, anche perché stando a vari sondaggi gli Svizzeri propendono sempre di più per la libertà di scelta», ha aggiunto.
A nome della commissione, Hans Altherr (PLR/AR) ha ricordato che la Costituzione federale non prevede la libertà di scelta, bensì l’obbligo per tutti del servizio militare. Egli ha detto che il fattore 1,5 è una forma di compensazione dell’abolizione dell’esame di coscienza. Si tratta anche, ha puntualizzato, «di compensare il maggior numero di ore prestate dai militi rispetto a coloro che svolgono il servizio civile, poiché per quest’ultimi valgono in genere le stesse condizioni di lavoro dei normali impiegati quanto a durata di lavoro, ossia le canoniche 42 ore settimanali». Quest’ultimo argomento è stato difeso anche dalla consigliera federale Doris Leuthard.
Diversamente dal Nazionale (vedi Obiezione! n. 69), la maggioranza della Camera dei cantoni ha respinto la possibilità di innalzare il fattore 1,5 a 1,8, in caso di futura mancanza di effettivi dell’esercito.
Stando a Altherr, si tratta di un’eventualità remota e non vi è quindi necessità di inserire una tale disposizione nella legge.
Il 26 settembre il Consiglio nazionale ha quindi dovuto ripronunciarsi su questo tema e questa volta sorprenden-temente con 91 voti contro 84, si è allineato a quello degli Stati, stralciando questo emendamento da lui introdotto. Una maggioranza che ha riunito lo schieramento rosso-verde e il gruppo democristiano (che ha completamente modificato la sua precedente posizione, facendo pendere la bilancia dall’altra parte) ha ritenuto che non vi fossero ragioni per punire coloro che invocano un conflitto di coscienza. «Riservarsi la possibilità di aumentare la durata del servizio civile non costituisce inoltre la buona risposta per risolvere i problemi dell’esercito» , ha sottolineato Hans Widmer (Ps). «Si tratta di un limite inutile, tanto più che si riferisce a uno scenario di crisi che ha scarse possibilità di avverarsi», ha dal canto suo rilevato la ministra dell’Economia Doris Leuthard, da cui il servizio civile dipende. Per la minoranza di destra, la precedenza va invece data all’obbligo militare, come ha sostenuto invano Walter Müller a nome del gruppo radicale. Anche Thomas Hurter (Udc) ha espresso la convinzione che «se si ha veramente un problema di coscienza, si è pronti a compiere un servizio civile 1,8 volte più lungo di quello militare».
Hanno votato a favore dello stralcio Carobbio, Pedrina, Robbiani e Simoneschi-Cortesi, mentre Abate, Bignasca e Cassis hanno votato contro. Pelli si è astenuto come la sua collega urana di partito Huber, mentre l’unica radicale a votare per lo stralcio è stata l’appenzellese Marianne Kleiner (i tre audaci del Plr).
Gli Stati hanno anche accettato di aumentare da 200 a 400 franchi la tassa minima d’esenzione dall’obbligo di servire, conformemente a quanto già deciso dal Nazionale. L’incremento di questa tassa, giudicata modesta da Altherr, dovrebbe entrare in vigore all’inizio del 2010, portando 2 milioni di franchi in più nelle casse statali: 400’000 franchi verrebbero destinati ai cantoni, il resto alla Confederazione. (ATS, red)
Il Consiglio nazionale accetta la mozione Studer nella versione annacquata dagli Stati
Verso nuovi scenari per l’ammissione al SC
La procedura di ammissione al servizio civile deve essere riveduta. Favorevole in un primo tempo alla soppressione pura e semplice dell’esame di coscienza in favore della “prova dell’atto”, il Consiglio nazionale ha deciso il 18 dicembre 2006 di versare acqua nel vino.
In realtà, i deputati avevano soltanto la possibilità di scegliere tra l’accettazione delle modifiche introdotte dal Consiglio degli Stati il 20 giugno 2006 (vedi Obiezione! n. 61) o affossare la mozione di Heiner Studer (PEV/AG), adottata un anno fa l’8 dicembre 2005 con 96 voti contro 77 e 2 astenuti (vedi Obiezione! n. 60).
Questa volta con 86 voti contro 64 e 3 astenuti, il Consiglio nazionale ha optato per la versione modificata dagli Stati. La stessa chiede al Consiglio federale di elaborare una nuova regolamentazione per l’ammissione al servizio civile, meno onerosa e costosa, chiara ed equa, che “tenga conto della prova dell’atto”.
Per i fautori della “prova dell’atto”, il semplice fatto d’essere disposti a compiere 390 giorni di servizio civile, al posto dei 260 di servizio militare, dovrebbe bastare a provare il problema di coscienza di un giovane.
Nonostante che nel testo della mozione accettata non figuri più l’abolizione dell’esame di coscienza, prima del voto sia il portavoce della Commissione Ulrich Schlüer (UDC-ZH) che il deputato Hans Widmer (PS-LU) hanno sottolineato che la mozione è comunque da interpretare in questo senso.
La destra del parlamento ha difeso invece la procedura attuale affermando che nel servizio militare il milite mette in questione la sua vita per il suo paese. Chi non vuole fare ciò deve rendere credibile il suo conflitto di coscienza.
Per la deputazione ticinese hanno votato a favore Pedrina, Robbiani, Simoneschi-Cortesi, ma anche Sadis, che la prima volta aveva invece votato contro la mozione originale. Bignasca è rimasto l’unico contrario, visto che Abate si è astenuto e che Pelli e Cavalli erano assenti.
Il Consiglio federale si è dichiarato contro la modifica della Legge sul SC postulata dalla mozione, ma visto che entrambe le Camere l’hanno accettata, la stessa è diventata in questo momento vincolante anche per lui. Il Consiglio federale deve quindi elaborare diversi scenari. Deve ad esempio verificare se è possibile prevedere un’eventuale audizione solo nei casi critici, come avviene in Germania.
D’altra parte con la mozione accettata il Consiglio federale è stato anche incaricato di aumentare la tassa di esenzione dal servizio militare per invalidi e refrattari, in modo da rendere meno attrattiva la via blu, che permette oggi a più del 40% dei coscritti di sfuggire all’obbligo militare adducendo motivi medici.
Questa misura è estremamente contraddittoria, visto che l’aumento degli scartati è favorito dalle stesse autorità a seguito della riduzione degli effettivi necessari all’esercito e d’altra parte penalizzerebbe i veri invalidi, già emarginati dalla società e spesso con redditi modesti.
Le prossime tappe
Secondo il DFE la tabella realizzativa prevede le seguenti tappe: fino al 2008 un gruppo di lavoro interdipartimentale, sotto la direzione dell’Organo centrale del SC, elaborerà delle varianti di prova dell’atto, coinvolgendo persone e ambienti interessati, e avvierà una procedura di consultazione per la revisione della legge. A fine 2008 il Consiglio federale presenterà poi al Parlamento il progetto di revisione della legge sul SC e di quella sulla tassa di esenzione dal servizio militare.
Calcolando poi i tempi necessari per l’esame da parte delle due Camere, l’eventuale appianamento di divergenze, il termine referendario di tre mesi e la successiva Ordinanza di applicazione in materia, si vede come difficilmente la nuova procedura di ammissione al SC verrà messa in vigore prima del 2010.
(Swissinfo, Zivilcourage, Red.)
Il Consiglio nazionale accetta a sorpresa la mozione di Heiner Studer
Sopprimere l’esame della coscienza
Al momento dell’audizione i candidati al servizio civile non dovrebbero più motivare la loro obiezione di coscienza. Con 96 voti (fra cui quelli di Cavalli, Pedrina, Robbiani e Simoneschi-Cortesi, ndr) contro 77 (fra cui quelli di Abate, Bignasca, Pelli e Sadis, ndr), il Consiglio nazionale ha accettato il 18 dicembre 2005 di sopprimere questa procedura a favore della prova dell’atto. La parola spetta ora al Consiglio degli Stati.
La mozione in questo senso di Heiner Studer (PEV/AG) ha ottenuto l’appoggio della sinistra - da tempo sostenitrice della prova dell’atto - ma anche da vari esponenti borghesi, segnatamente dei ranghi del PPD. Il semplice fatto d’essere disposti a compiere 390 giorni di servizio, al posto dei 260 del servizio militare, basta a provare il problema di coscienza dei giovani che optano per il servizio civile, ha sostenuto Studer. La procedura attuale è superflua visto l’esiguo numero delle persone non ammesse (meno del 5%), ha precisato Studer. Contrariamente alle audizioni, la prova dell’atto non svantaggia le persone senza capacità oratorie o che si lasciano prendere dal panico di fronte a una situazione paragonabile a un esame, ha aggiunto Hans Widmer (PS/LU).
Rinunciare alla procedura d’ammis-sione significa anche risparmiare circa 6,6 milioni di franchi all’anno. Questo argomento ha «centrato l’obiettivo» tra le fila borghesi. La radicale appenzellese Marianne Kleiner ha così affermato che l’esame di coscienza è oramai una «reliquia del passato». Per Adrian Amstutz (UDC/BE) si tratta di un esercizio alibi a profitto di un sistema che disperde soldi.
Ma non tutti i borghesi la pensano allo stesso modo. Ulrich Schlüer (UDC/ZH) ha sottolineato che la Costituzione impone a ogni cittadino maschio l’obbligo di servire nell’esercito e, se necessario, di sacrificarsi per la libertà del paese. Colui che non riesce a capacitarsi deve motivare la sua obiezione di coscienza, ha ribadito Schlüer.
Senza essere tanto categorici, vari deputati radicali e liberali hanno chiesto di non tornare, senza una riflessione accurata, sulla decisione presa dal parlamento appena tre anni fa. Il Nazionale, infatti, aveva deciso nel 2002, con 86 voti a 82, di respingere la prova dell’atto. Il nuovo sistema di reclutamento è entrato in vigore soltanto da un anno. Secondo Eduard Engelberger (PLR/NW) occorre aspettare almeno due anni prima di ridiscutere tutto da cima a fondo.
Dal canto suo, Ulrich Siegrist (UDC/AG) ha chiesto una riduzione della durata del servizio civile (da 1,5 a 1,3 volte di quello militare) e una procedura d’ammissione semplificata. Questa richiesta è stata condivisa dal consigliere federale Pascal Couchepin, secondo il quale la prova dell’atto impedirebbe in futuro di ridurre la durata del servizio civile. Il suggerimento di Siegrist non ha tuttavia convinto la Camera che ha invece optato per la mozione, sulla quale dovrà ora pronunciarsi la Camera dei cantoni.
(SDA-ATS)
Consiglio nazionale: mozione del 14.12.04 di Heiner Studer e 25 cofirmatari,
tra cui Chiara Simoneschi-Cortesi
Introduzione della prova dell’atto nel SC
Il Consiglio federale è invitato a presentare al Parlamento una modifica della legge sul servizio civile.
Obiettivo della revisione parziale: sostituzione della costosa procedura d’ammissione attuale con la disposizione per cui le persone soggette all’obbligo di prestare servizio militare che non possono conciliare il servizio militare con la propria coscienza ne forniscono una prova dichiarandosi pronte a prestare servizio civile per una durata maggiore rispetto a quella del servizio militare (prova dell’atto).
Motivazione
Con la revisione parziale della legge sul servizio civile è stato discusso se debba essere modificata l’attuale procedura d’ammissione, che si basa su un esame di coscienza. Un breve rapporto ha constatato che il legislatore ha la possibilità di scegliere la modalità di ammissione. Questa interpretazione giuridica fu confermata anche dall’allora capo del Dipartimento, il consigliere federale Pascal Couchepin. L’autore della mozione ha chiesto, in nome di una minoranza della Commissione della politica di sicurezza, di introdurre la cosiddetta prova dell’atto. Ciò significa che le persone soggette all’obbligo di prestare servizio militare che non possono conciliare il servizio militare con la propria coscienza, possono dimostrarlo in quanto sono disposte a prestare servizio civile per una durata maggiore rispetto a quella del servizio militare. La mia richiesta è stata respinta in Consiglio nazionale il 5 dicembre 2002 con soli 86 voti contro 82. Gli oppositori hanno accennato che si potrebbe tornare a dibattere tale questione in un secondo momento sulla base dell’esperienza con l’Esercito XXI.
Constato con piacere che, dall’introduzione della legge sul servizio civile, la Commissione d’ammissione ha effettuato un buon lavoro. Tuttavia, sulla base dell’esperienza finora maturata, ci si chiede se la procedura non sia troppo dispendiosa. Da ciò derivano due motivi principali per la modifica della procedura d’ammissione.
- Una verifica dei motivi dell’obiezione di coscienza può essere poco soddisfacente per l’interessato a causa di una procedura quanto mai elaborata. Per questo l’esame di coscienza viene considerato un peso da molti interessati. Il fatto che con l’attuale procedura un’elevata percentuale di richiedenti venga ammessa al servizio civile dimostra che è sufficiente dichiararsi disposti a prestare servizio civile per un periodo più lungo.
- L’attuale procedura è dispendiosa. In risposta all’interrogazione di Barbara Haering, il 24 novembre 2004 il Consiglio federale ha constatato che nel 2003, sulla base dei costi complessivi, la procedura d’ammissione ha determinato una spesa superiore ai 6,6 milioni di franchi. I costi diretti delle audizioni (indennità e spese per i membri della Commissione, quota salariale dei collaboratori dell’Organo d’esecuzione del servizio civile) sono ammontati a 2,5 milioni di franchi. Con l’introduzione della prova dell’atto, le finanze federali potrebbero essere sgravate ogni anno di alcuni milioni di franchi.
Con questa proposta di revisione della legge sul servizio civile si otterrebbe un’adeguata modifica dell’ammissione in modo sensibilmente meno costoso.
Consiglio nazionale: interpellanza di Liliane
Maury Pasquier e 53 cofirmatari, tra cui Fabio Pedrina e Meinrado
Robbiani, sulle conseguenze della riveduta ordinanza
Programmi prioritari e contributi nel SC
L’ordinanza sul servizio civile (OSCi), sottoposta
a revisione, è entrata in vigore il primo gennaio 2004 con
due modifiche molto importanti sia per gli istituti d’impiego
che per i civilisti: la generalizzazione dei programmi prioritari
e l’obbligo per tutti gli istituti d’impiego, compresi
quelli il cui funzionamento dipende da sovvenzioni e che fino ad
ora ne erano esenti, al pagamento del contributo per la manodopera
fornita. La messa in opera di queste due misure non avviene senza
sollevare delle questioni importanti che indirizziamo al Consiglio
federale:
1. Il Consiglio federale ritiene giusto fare una lista degli istituti
d’impiego nei programmi prioritari senza consultare in nessuna
maniera i suddetti istituti? Da un breve sondaggio risulta infatti
che molti degli istituti d’impiego che figurano su questa
lista non lo desiderano. Sembrerebbe dunque per lo meno indispensabile
che una tale lista sia fatta in collaborazione con le differenti
istituzioni, per evitare di ritrovarsi con un documento che rischia
fortemente di essere superato addirittura prima della sua entrata
in vigore.
2. Sapendo che i civilisti devono effettuare un impiego di lunga
durata di almeno 180 giorni nel quadro di un programma prioritario,
è certamente necessario tener conto del numero potenziale
di civilisti di un cantone, rispettivamente di una regione, affinché
la lista degli istituti d’impiego di questi programmi sia
sufficientemente fornita. Ciò che non sembra essere stato
il caso se compariamo il numero di posti e quello di civilisti potenziali.
Il Consiglio federale può dirci se questo elemento è
stato preso in considerazione al momento della stesura della lista?
3. Fino ad oggi, un gran numero di istituti d’impiego, in
particolare nella Svizzera romanda, non conoscono ancora l’importo
dei contributi che dovranno versare, per la prima volta, a partire
dal primo luglio. Dovendo essi, evidentemente, basarsi su un bilancio
tanto preciso quanto tirato, come pensa il Consiglio federale di
permettergli di far fronte contemporaneamente ai loro impegni e
alle nuove condizioni finanziarie in un termine di tempo così
breve? Non è pensabile di lasciare un termine minimo di 3
mesi tra la data della comunicazione dell’importo delle tasse
e quella della loro entrata in vigore?
4. Il pagamento di tali contributi da parte dei piccoli istituti
d’impiego rischia di costringere un certo numero di questi
a rinunciare d’ora in poi all’occupazione di civilisti.
Un’inchiesta effettuata recentemente presso degli istituti
d’impiego del canton Ginevra mostra infatti che il 50 per
cento di quelli che hanno risposto impiegheranno meno, o addirittura
non impiegheranno più del tutto civilisti visto che la parte
del loro bilancio consacrata all’impiego di civilisti non
può essere aumentata. Il Consiglio federale non teme che,
con il pretesto di un aumento della visibilità del servizio
civile attraverso l’espediente dei programmi prioritari, il
servizio civile perda in diversità tanto tematica quanto
istituzionale, in qualità di motivazione, in poche parole
in qualità?
5. Nel quadro dell’inchiesta menzionata sopra, un quarto
degli istituti d’impiego ha intenzione di mantenere lo status
quo, o prevede di ricorrere maggiormente all’impiego dei civilisti.
Capita, per esempio, che un istituto medico-sociale prevede di passare
da 1,25 a 8 civilisti impiegati! Il Consiglio federale non pensa
che in questo caso ci sia una chiara disuguaglianza tra piccoli
e grandi istituti d’impiego? Non vede in questo esempio una
concretizzazione del timore di vedere dei civilisti poco o non formati
prendere il posto di lavoratori e lavoratrici alla ricerca di un
impiego?
6. Gli istituti d’impiego che avranno più difficoltà
a pagare – oltre all’indennità relativa alle
spese di pasti, alloggio e spostamento (ca. 1’000 franchi
al mese) – un contributo medio dell’ordine di 300 a
400 franchi per civilista al mese, sono in maggior parte delle piccole
associazioni sovvenzionate dalle autorità cantonali per soddisfare
un compito di utilità pubblica. Se queste rinunciano ad impiegare
civilisti dovranno diminui-re le loro attività. Se, al contrario,
continuano a ricorrere ai loro servizi, dovranno trovare dei finanziamenti
supplementari in particolare tentando di ottenere un aumento delle
loro sovvenzioni. Il Consiglio federale ha informato i cantoni delle
possibili conseguenze sulle loro finanze con la modifica dell’ordinanza?
7. Sembrerebbe che il programma prioritario consacrato alla protezione
dell’ambiente incontri un certo numero di difficoltà,
mentre il solo programma prioritario pronto è quello per
le persone anziane e andicappate. Il Consiglio federale può
dirci cosa succederà nell’ambito ambientale e quali
sono le prospettive concernenti gli altri programmi prioritari?
8. Il Consiglio federale può infine rassicurarci mostrandoci
in che cosa la nuova ordinanza non costituisce una minaccia per
il servizio civile, che ha forse funzionato troppo bene agli occhi
di coloro che non l’hanno mai voluto e che avrebbero trovato,
con l’espediente di complicazioni amministrative e di spese
finanziarie supplementari, il mezzo per ottenere ciò che
non hanno potuto fare attraverso la via legislativa?
Ndr: traduzione italiana del testo ed evidenziazioni in neretto
sono della redazione.
(da "Obiezione!" No.53, giugno 2004)
Consiglio nazionale: respinta la mozione
Zäch, ma il tema resta di attualità
Nessun servizio alla collettività per gli inabili al SM
Chi per motivi di salute non svolge il servizio militare (SM) deve
assolvere il suo obbligo di servizio con un servizio sostitutivo
in ambito sociale. È ciò che chiedeva l’ex consigliere
nazionale Guido Zäch in un intervento parlamentare. Con una
chiara maggioranza il Consiglio nazionale ha però respinto
la proposta. Con ciò non si è però entrati
nel merito del dibattito sull’abolizione dell’obbligo
del SM.
Al posto di Zäch, che nel frattempo si è ritirato, Josef
Leu per il gruppo parlamentare PDC motiva l’intervento parlamentare
con la diversa interpretazione tipica dei giovani: “Nel segno
della legittimità di difendersi bisogna attenersi al principio
costituzionale fondamentale. Esiste comunque molta indignazione,
perché diversa gente può elegantemente sottrarsi al
servizio alla collettività seguendo la “via blu”.
In ogni caso si parte dal fatto che circa un terzo degli astretti
al SM risultano inabili.
Questa situazione è insoddisfacente e dal punto di vista
etico ingiusta verso coloro i quali svolgono il proprio SM, e verso
coloro che fanno valere motivi di coscienza e svolgono il SC”.
Crescente fabbisogno di personale
Per favorire l’atteggiamento sociale, gli inabili al servizio
devono svolgere un impiego pratico per la collettività, come
coloro che svolgono il SM. Da fare ci sarebbe abbastanza: “Con
il crescente invecchiamento della popolazione aumenta il fabbisogno
di forze lavoro nella cura di persone ammalate, anziane o disabili.
Nel rapporto finale della commissione di studio “Obbligo di
servizio generale” si parte dal fatto che negli anni a venire
ci sarà, soprattutto nell’ambito sociale e di cura
degli anziani, un fabbisogno supplementare di personale superiore
alle 50’000 persone.
Per questi motivi si può senz’altro supporre che alcune
migliaia di persone che adempiono il servizio in ambito sociale
potrebbero essere impiegate in maniera sensata. Dal punto di vista
organizzativo – e ciò mi sembra importante da sottolineare
– non ci sarebbero da creare nuove istituzioni, poiché
sarebbe pensabile di appoggiarsi all’istituzione e all’infrastruttura
del servizio civile.”
Si creano nuovi problemi
Il consigliere nazionale UDC Ueli Siegrist motiva la posizione contraria
degli altri gruppi, da sinistra a destra, con il fatto che non bisogna
ancora estendere a ulteriori ambiti il campo d’azione del
SM obbligatorio e crearsi in questo modo nuovi problemi. Comunque
la discussione sull’obbligo del SM non è stata messa
sul tavolo: “La maggioranza non respinge la proposta perché
sarebbe dell’idea, che si tratta in questo momento di tenere
stretto con i denti e le unghie il modello attuale dell’obbligo
del SM, che non se ne possa parlare e che l’obbligo del SM
sia l’unica forza di coesione della nazione. Al contrario,
la maggioranza è proprio dell’opinione che –
come ha pure detto il portavoce della minoranza – nei prossimi
anni dovranno essere svolte su questo tema delle intense discussioni.”
Lavori imposti come mezzo pedagogico sono respinti da molti parlamentari,
chiarisce Siegrist: “Si tratta forse di una questione ideologica
o di una questione della disposizione etica, stabilire fino a che
punto è un compito dello Stato, abituare al comportamento
sociale sotto forma di lavori imposti rispettivamente aumentando
i lavori imposti dallo Stato. Non esiste infatti un principio statale,
secondo cui tutte le persone debbano per forza prestare un servizio
per la collettività. Non esiste dunque nessuna prevalenza
del principio dell’obbligatorietà rispetto al principio
del mercato. Se lo stato ricorre al mezzo della costrizione sotto
forma di obbligo al servizio, si tratta di un provvedimento speciale
per situazioni speciali, eccezionali. Ma non corrisponde alla nostra
concezione di Stato che si debba ricorrere alla costrizione nel
caso normale, per il superamento di problemi normali.” Prosegue
Siegrist: “La motivazione del SM obbligatorio non è
quindi una motivazione che si basa sulla condizione normale di una
società. Se la motivazione per situazioni eccezionali, come
viene spesso affermato, non convince più e perciò
il sistema dell’obbligo del SM comincia a vacillare, allora
bisogna probabilmente soffermarsi su questo punto ed affrontare
la discussione fino in fondo. Però non bisogna in pratica
coprire il problema, allargando ancora il modello messo in dubbio
in altri ambiti.”
Il mercato non funziona
I lavori imposti eliminerebbero i meccanismi del mercato: “È
probabilmente un bumerang per i settori toccati. Se ci sono dei
problemi, nell’ambito sociale e nell’ambito delle cure
negli ospedali, a trovare sufficiente personale, ciò può
forse essere dovuto al fatto che queste categorie professionali
sono sottopagate nel confronto sul mercato. Quindi non si può
certo continuare a sostenere questo meccanismo della sottoretribuzione,
per il fatto che si investono, per così dire, in questo settore
ulteriori “lavoratori forzati”! Perché per mezzo
di ciò arrecate precisamente un danno a questi settori; proprio
per questo si tratta, a lungo termine, di un bumerang per queste
professioni. Se volete rivalutare le professioni sociali e della
salute nonché altre professioni al servizio della collettività,
non potete proprio lavorare con questi meccanismi, bensì
dovete provvedere affinché la presenza sul mercato di questi
settori possa di nuovo giocare un ruolo di rilievo, invece di eliminare
i meccanismi.”
Costi politico-economici
Una soluzione del problema a spese dell’economia: “Si
dovrebbe pure pensare ai costi politico-economici globali di un
tale servizio. Penso, alla somma dei costi causati dai salari dei
sostituti e dai costi per le assenze, a costi che sorgeranno nell’economia,
perché in questo caso le persone mancano dal proprio posto
di lavoro, dove hanno sufficienti competenze, per essere costretti
allo stesso tempo a lavorare ad un altro posto di lavoro, dove vengono
istruiti in un paio di giorni. Questa non può dunque essere
la via attraverso la quale risolviamo i problemi in questione.”
Anche la problematica della parificazione sarebbe mantenuta: “In
ogni caso il problema dell’uguaglianza fra donne e uomini
non è risolta. L’iniziativista ha risposto a questa
obiezione dicendo che nel caso delle donne si possa rimanere alla
situazione tradizionale, e che il problema si porrebbe solo per
gli uomini. Ciò non è accettabile in questi termini.
Se infatti per il SM obbligatorio si riesce, male ma in modo accettabile,
a motivare la differenza, questo risulterebbe probabilmente molto
più difficile, dal punto di vista del diritto costituzionale
e dell’etica costituzionale, per quanto riguarda un servizio
sociale.”
Agevolare il servizio civile
Il consigliere nazionale dei Verdi Didier Cuche si è associato
alle dichiarazioni di Siegrist, ha però potuto condividere
le richieste di Zäch: “Quali competenze hanno e quanto
onesti sono i medici della leva, che dichiarano a migliaia gli inabili
al servizio, tra cui persone come l’asso del tennis Roger
Federer? Si obbligherebbe in questo caso Federer a svolgere un servizio
sociale? Secondo me ci sarebbe solo una risposta attendibile: deve
essere permesso un accesso più facile al SC.”
(da Zivilcourage)
Consiglio nazionale: peggiorato il servizio civile con la revisione
della legge
Statu quo per l’esame di coscienza e per la durata
Niente sconti per gli obiettori di coscienza: la durata del servizio
civile continuerà ad essere pari a 1,5 volte il servizio
militare. Contro il parere del Consiglio federale il Nazionale ha
rinunciato a ridurre la durata del servizio civile a un fattore
di 1,3, né ha voluto abbandonare l’«esame della
coscienza» a favore della «prova dell’atto».
L’UDC ha cercato di escludere dalla legge anche la nozione
di un servizio civile compiuto in strutture che operano a favore
della pace. Il Nazionale ha poi vietato di compiere il servizio
civile in un istituto dove si è già svolto un’attività
o dove si potrebbe usufruire di una formazione o di un perfezionamento
professionale.
Queste le principali decisioni prese il 5.12.02 dal Consiglio nazionale
sulla revisione della LSC.
La prime manovre della battaglia si sono avute subito in entrata.
Una minoranza composta da sinistra ed evangelici ha tentato di convincere
i colleghi parlamentari a introdurre nel testo legislativo la cosiddetta
«prova dell’atto». Ciò significa che chi
avrebbe chiesto di prestare un servizio civile di durata maggiore
rispetto a quello militare non avrebbe dovuto continuare a essere
sottoposto a un «esame di coscienza» (una pratica «medievale»,
è stato affermato) da parte di una commissione ad hoc. Per
i sostenitori della proposta questo solo fatto dimostrerebbe l’incompatibilità
tra la coscienza del richiedente e l’esercito.
Inoltre chi voleva l’introduzione della prova dell’atto
ha sottolineato come la maggior parte delle Nazioni applica questa
regola per chi non vuole compiere il servizio militare.
La maggioranza borghese del Parlamento ha invece combattuto a favore
dello statu quo. A favore quindi dell’«esame di coscienza».
Anche il consigliere federale Pascal Couchepin ha parlato in favore
di questa pratica, ricordando che nella sua passata attività
di avvocato si era trovato più volte a difendere degli obiettori
di coscienza davanti ai tribunali militari. Secondo il ministro
dell’economia queste commissioni hanno sempre dimostrato sensibilità
nei confronti dei veri obiettori. Al momento del voto 86 deputati
(tra cui tutti i radicali con il ticinese Fabio Abate, salvo Fulvio
Pelli che si è astenuto) hanno votato per lo statu quo, mentre
82 (sinistra con Fabio Pedrina, verdi, evangelici e la maggioranza
dei democristiani con Chiara Simoneschi-Cortesi e Meinrado Robbiani)
per la «prova dell’atto». Erano assenti Cavalli,
Bignasca e Maspoli.
La seconda parte delle manovre ha invece avuto luogo sul terreno
della durata del servizio civile. La maggioranza della commissione
per la politica di sicurezza si era espressa per un fattore di 1,5
rispetto ai giorni da passare in «grigioverde». Come
per altro prevede il diritto in vigore. Una minoranza commissionale
(principalmente di sinistra) si allineava invece a quanto proponeva
il Consiglio federale: un fattore di 1,3. Chi si è espresso
a favore di questa versione ha fatto rimarcare come una durata più
ridotta del servizio civile vada incontro anche ai bisogni dell’economia.
Secondo Pascal Couchepin il fattore di 1,5 sarebbe inoltre l’anticamera
dell’introduzione della « prova dell’atto »
, quindi proprio di quanto il Nazionale non aveva voluto introdurre
in precedenza. Ma la maggioranza della Camera del popolo (con 88
voti contro 82) non ha voluto seguire né il Consiglio federale,
né la minoranza della Commissione della politica di sicurezza.
Lunedì il Nazionale terminerà l’esame della
revisione della legge. In seguito spetterà al Consiglio degli
Stati esprimersi.
(CdT, red.)
|